SPILLO/ L’esplosione di partite Iva pronta con Decreto dignità e flat tax. L’articolo del Segretario Daniel Zanda su Il Sussidiario.net

Il Decreto dignità ha aumentato la precarietà e l’introduzione
della flat tax potrebbe dare ulteriormente una spinta negativa alle
tutele dei lavoratori.

Il Decreto dignità ha aumentato la precarietà e l’introduzione
della flat tax potrebbe dare ulteriormente una spinta negativa alle
tutele dei lavoratori.

La legge n° 96 del 2018 (il cosiddetto Decreto dignità) è
entrata in vigore da quasi due mesi e isono già sotto gli occhi di tutti.
L’eliminazione del precariato non è al momento un risultato
conseguito, anzi, assistiamo a un forte incremento del turnover,
dovuto ai vincoli introdotti sulla reiterazione dei contratti a
termine (tempo determinato e somministrazione), ma soprattutto a
causa di una incertezza circa l’applicazione di diversi aspetti
normativi della legge.

Prendiamo solo l’esempio delle casuali. Dopo 12 mesi o comunque
dopo il primo rinnovo del contratto, al rapporto di lavoro dovrà
essere apposta una causale, che, salvo gli eventi sostitutivi e le
attività stagionali (esenti da causale), sono di difficile
identificazione. Proviamo a fare un esercizio concreto: una possibile
causale deve essere collegata a “esigenze connesse a incrementi
temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività
ordinaria”. Riuscire a identificare oggettivamente, nel mercato del
lavoro odierno, un incremento dell’attività temporaneo e allo
stesso tempo significativo e non programmabile, risulta molto
complicato.

In cosa consiste la “non programmabilità” dell’esigenza?
Per esempio, le aziende che partecipano a dei bandi di fornitura
temporanei non possono assumere a tempo determinato, perchè
l’attività oggetto del contratto è stata programmata, in quanto
l’azienda era profondamente consapevole di presentare un’offerta.
Quindi dovrebbe assumere dei lavoratori a tempo indeterminato per
un’attività temporanea. Ma ovviamente non verrà fatto mai. Questo
è un semplice esempio di come la volontà del legislatore non trova
corrispondenza nelle dinamiche della realtà.

Sicuramente, una percentuale minoritaria di contratti verrà
stabilizzata, ma non è detto che non si tratti di rapporti di lavoro
che comunque avrebbero raggiunto un loro consolidamento. Assistiamo
invece a un’esplosione del turnover tra i lavoratori, con
conseguenze negative per entrambe le parti: riduzione della durata
dei contratti per i lavoratori e dispersione delle professionalità
per le aziende. Oltre a questi due fenomeni in atto, potremmo vedere
anche una terza dinamica, purtroppo non auspicabile, data dal
combinato tra le misure restrittive sui contratti a termine, la flat
tax sul lavoro autonomo e il mancato contrasto alle vere forme
precarizzanti il mercato del lavoro italiano, come finte partite Iva,
l’abuso dei tirocini, le cooperative spurie, ecc.

Sulla prima misura, ovvero l’irrigidimento dei contratti a
termine, credo che la situazione sia ormai chiara: non è più
possibile fare contratti a termine per più di 12 mesi senza causale,
quindi le ipotesi possono essere: a) assumere a tempo indeterminato
il lavoratore; b) proseguire a tempo determinato indicando una
causale che potrebbe essere tranquillamente impugnata davanti a un
giudice; c) turnover; d) cambiare tipologia contrattuale al
lavoratore. Se prima della bozza del Documento di economia e finanza
presentata dal Governo potevamo appunto propendere tra l’ipotesi di
stabilizzazione o turnover (escludendo che qualche imprenditore
desideri il martirio giudiziario sull’altare delle causali), adesso
prende piede l’ipotesi che le aziende dirottino i propri lavoratori
verso l’apertura di partita Iva, quindi verso il lavoro autonomo.
Mi spiego. Avendo posto dei limiti alla prosecuzione dei rapporti di
lavoro a tempo determinato e somministrazione (comunque le forme
flessibili più tutelate normativamente e contrattualmente del nostro
ordinamento, sia dal punto di vista retributivo, contributivo,
welfare, ecc.) e non avendo al contempo contingentato l’utilizzo
della partita Iva a quelle attività realmente indipendenti, la
previsione della flat tax con una tassazione di vantaggio al 15% sul
lavoro autonomo avrà come esito l’aumento delle partite Iva
individuali.

Il rischio che si intravede è quello di favorire comportamenti
fraudolenti, ovvero quello di “invitare” lavoratori prima
subordinati ad aprire la partita Iva, per continuare a svolgere la
medesima attività attraverso un rapporto di lavoro autonomo. Il
tutto ovviamente con un abbassamento di tutele per il lavoratore, con
la sola contropartita di avere una retribuzione non inferiore, o
leggermente superiore, come risultante di una tassazione di vantaggio
prevista con la flat tax. Un possibile esito non sarà l’eliminazione
del precariato, ma la chiusura di rapporti di lavoro subordinati a
termine e l’apertura di partite Iva che offrono un livello di
garanzie complessivamente inferiori al lavoratore.

Ovviamente l’auspicio è quello che possano invece incrementare
le assunzioni stabili e le trasformazioni verso il contratto a tempo
indeterminato, ma solo i dati dei prossimi mesi ci confermeranno le
tendenze occupazionali. Le parti sociali attraverso la contrattazione
hanno la responsabilità non solo di indicare la strada verso
comportamenti virtuosi e contrastare l’applicazione di forme
contrattuali improprie, ma anche di esplorare nuove terre di
negoziazione anche per il lavoro parasubordinato e autonomo, al fine
di incrementare tutele e servizi cos è da evitare fenomeni di
dumping. La strada non è semplice, ma qualcuno ha il dovere di
provarci.